Recensione "Generare valore con la Gestalt"

A cura di Michela Ruffa

“Generare valore con la Gestalt” è l’ultimo libro di Gabriele Baroni, per me quello più potente e anche più concreto. È un libro che esplora il rapporto con il denaro e lo trasforma in una proposta di possibilità reale e piena, in chiave di crescita personale e di contributo che ognuno di noi porta nel mondo; un libro che può davvero cambiare la vita, se si è disponibili a prenderla in mano e a mettersi nella condizione della scelta.
Chi conosce Gabriele Baroni sa che le sue parole attivano, smuovono, stimolano un cambio di prospettiva. Con questo libro a me è successo già leggendo il titolo: l’idea della generazione (come ciò che si può produrre da qualcosa e con qualcuno) accostata a quella del valore (come unicità) mi ha immediatamente aperto la prospettiva della responsabilità nel potere (io posso!). Io posso: davvero? Lo voglio? Come?
Con la stessa trepidazione di quando si scarta un regalo di cui non si conosce il contenuto e che si immagina sarà bellissimo, ho cominciato la lettura, una lettura lenta, fatta di sottolineature, di pause, di ritorni, di note a latere, di riflessioni, di “esercizi”, di domande… un viaggio attraverso il mio rapporto con i soldi che, da subito, si è rivelato un viaggio attraverso la ri-costruzione del mio progetto di vita, innanzi tutto professionale, ma non solo.
Sono innumerevoli gli stimoli che il libro offre per ri-pensare e ri-trovare il denaro, il suo significato, il suo valore simbolico, la responsabilità di scelta che incarna e le possibilità di “diventare se stessi” che abilita. Un denaro che non è la meta del nostro agire, ma la manifestazione concreta ed esteriore delle risorse e delle energie che mettiamo in moto per far sì che le cose accadano. Un denaro che non richiede di essere ricchi, ma di essere disponibili a diventarlo, se accettiamo di farne strumento per portare la nostra unicità e il nostro contributo nel mondo.
Tre sono le considerazioni che più mi hanno colpito e che più hanno contribuito a avviare un processo di profonda trasformazione nel mio agire professionale (sono un consulente aziendale).
Innanzi tutto mi ha fatto molto riflettere l’idea di abbondanza che viene proposta nel libro, intesa come il risultato dell’incontro co-generativo fra persone di “valore”, che si riversa nel mondo e che nel suo fluire alimenta nuova abbondanza. Un’abbondanza che non è una condizione ma un processo, non è avere, ma essere. Quanta abbondanza c’è nella relazione con i miei Clienti? Quanto i soldi (che sono parte essenziale di questa relazione) sono strumento ed espressione di abbondanza e quanto invece un vincolo, una limitazione, un alibi?
Poi sono stata letteralmente catturata dall’idea che il nostro rapporto con il denaro, fatto di credenze, copioni, resistenze, alibi, paure, sia la rappresentazione simbolica, ma concreta e reale, del valore che diamo a noi stessi e ai nostri talenti, a quanto ci autorizziamo a riconoscerli e a quanta responsabilità ci prendiamo nell’utilizzarli. Il denaro di cui disponiamo e che muoviamo dipende da noi, se scegliamo di agire il potere che abbiamo. Quanto valore riconosco e porto nel mio lavoro? Quanto i soldi che sono in gioco rappresentano davvero il valore che si genera nell’incontro con i Clienti e quanto, invece, si riducono alla vendita/acquisto di tempo o di mere prestazioni?
Infine una considerazione sulla disponibilità di denaro mi ha molto colpito: i soldi sono la manifestazione concreta ed esteriore delle energie e delle risorse che si mettono in moto per far sì che le cose accadano, se la nostra energia è “scarica” o non è alimentata da un radicamento profondo nella nostra passione e nel significato che vogliamo dare al nostro agire, allora i soldi rispecchieranno la mancanza. Qual è il segno che voglio lasciare nel mondo con il mio lavoro? Quanta passione e quanto divertimento ci sono nel mio lavoro? E in un progetto di cambiamento? Come ricarico e ricostituisco la mia energia?
Queste sono alcune delle innumerevoli domande che mi sono fatta leggendo il libro, che continuo e che continuerò a farmi; perché questo è uno di quei libri evocativi e concreti al tempo stesso che, se vuoi, può accompagnarti per la vita.
Ho cambiato lavoro? No (almeno non ancora 😊).
Ho cambiato vita? Certamente la sto cambiando, e ho tutta l’intenzione di mettere in moto le mie energie e le mie risorse migliori perché le cose accadano.

“Generare valore con la Gestalt” è l’ultimo libro di Gabriele Baroni, per me quello più potente e anche più concreto. È un libro che esplora il rapporto con il denaro e lo trasforma in una proposta di possibilità reale e piena, in chiave di crescita personale e di contributo che ognuno di noi porta nel mondo; un libro che può davvero cambiare la vita, se si è disponibili a prenderla in mano e a mettersi nella condizione della scelta.
Chi conosce Gabriele Baroni sa che le sue parole attivano, smuovono, stimolano un cambio di prospettiva. Con questo libro a me è successo già leggendo il titolo: l’idea della generazione (come ciò che si può produrre da qualcosa e con qualcuno) accostata a quella del valore (come unicità) mi ha immediatamente aperto la prospettiva della responsabilità nel potere (io posso!). Io posso: davvero? Lo voglio? Come?
Con la stessa trepidazione di quando si scarta un regalo di cui non si conosce il contenuto e che si immagina sarà bellissimo, ho cominciato la lettura, una lettura lenta, fatta di sottolineature, di pause, di ritorni, di note a latere, di riflessioni, di “esercizi”, di domande… un viaggio attraverso il mio rapporto con i soldi che, da subito, si è rivelato un viaggio attraverso la ri-costruzione del mio progetto di vita, innanzi tutto professionale, ma non solo.
Sono innumerevoli gli stimoli che il libro offre per ri-pensare e ri-trovare il denaro, il suo significato, il suo valore simbolico, la responsabilità di scelta che incarna e le possibilità di “diventare se stessi” che abilita. Un denaro che non è la meta del nostro agire, ma la manifestazione concreta ed esteriore delle risorse e delle energie che mettiamo in moto per far sì che le cose accadano. Un denaro che non richiede di essere ricchi, ma di essere disponibili a diventarlo, se accettiamo di farne strumento per portare la nostra unicità e il nostro contributo nel mondo.
Tre sono le considerazioni che più mi hanno colpito e che più hanno contribuito a avviare un processo di profonda trasformazione nel mio agire professionale (sono un consulente aziendale).
Innanzi tutto mi ha fatto molto riflettere l’idea di abbondanza che viene proposta nel libro, intesa come il risultato dell’incontro co-generativo fra persone di “valore”, che si riversa nel mondo e che nel suo fluire alimenta nuova abbondanza. Un’abbondanza che non è una condizione ma un processo, non è avere, ma essere. Quanta abbondanza c’è nella relazione con i miei Clienti? Quanto i soldi (che sono parte essenziale di questa relazione) sono strumento ed espressione di abbondanza e quanto invece un vincolo, una limitazione, un alibi?
Poi sono stata letteralmente catturata dall’idea che il nostro rapporto con il denaro, fatto di credenze, copioni, resistenze, alibi, paure, sia la rappresentazione simbolica, ma concreta e reale, del valore che diamo a noi stessi e ai nostri talenti, a quanto ci autorizziamo a riconoscerli e a quanta responsabilità ci prendiamo nell’utilizzarli. Il denaro di cui disponiamo e che muoviamo dipende da noi, se scegliamo di agire il potere che abbiamo. Quanto valore riconosco e porto nel mio lavoro? Quanto i soldi che sono in gioco rappresentano davvero il valore che si genera nell’incontro con i Clienti e quanto, invece, si riducono alla vendita/acquisto di tempo o di mere prestazioni?
Infine una considerazione sulla disponibilità di denaro mi ha molto colpito: i soldi sono la manifestazione concreta ed esteriore delle energie e delle risorse che si mettono in moto per far sì che le cose accadano, se la nostra energia è “scarica” o non è alimentata da un radicamento profondo nella nostra passione e nel significato che vogliamo dare al nostro agire, allora i soldi rispecchieranno la mancanza. Qual è il segno che voglio lasciare nel mondo con il mio lavoro? Quanta passione e quanto divertimento ci sono nel mio lavoro? E in un progetto di cambiamento? Come ricarico e ricostituisco la mia energia?
Queste sono alcune delle innumerevoli domande che mi sono fatta leggendo il libro, che continuo e che continuerò a farmi; perché questo è uno di quei libri evocativi e concreti al tempo stesso che, se vuoi, può accompagnarti per la vita.
Ho cambiato lavoro? No (almeno non ancora 😊).
Ho cambiato vita? Certamente la sto cambiando, e ho tutta l’intenzione di mettere in moto le mie energie e le mie risorse migliori perché le cose accadano.

Michela Ruffa, 50 anni compiuti da un po’, torinese
di origine e reggiana di adozione, consulente aziendale,
formatore e coach. La mia specialità è immaginare, organizzare
e fare progetti, la mia passione è accompagnare le persone
e le organizzazioni a realizzare i loro.